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IL TRASPORTO DEI CAVALLI

 

 

 

 

 

 

 

                                              

                                                                                         Ho cominciato a dovermi occupare di questo problema nel 1966: ero appena arrivato al reggimento ed essendo l’ufficiale più giovane mi dissero che toccava a me occuparmi del trasporto dei cavalli da Roma a Chieti per la partecipazione al concorso nazionale.  A quell’epoca i trasporti si effettuavano prevalentemente in treno:  mi recai quindi alla stazione tiburtina per avere informazioni e mi dissero che vi era un vagone da caricare su un binario morto.  Questi vagoni erano piuttosto comodi perché i cavalli, cui veniva preparata una comoda lettiera di paglia, stavano larghi essendo sistemati in due per parte. 

Naturalmente era indispensabile il personale di accompagnamento:  noi avevamo la fortuna di disporre di soldati con l’incarico di palafreniere.  Quando venni trasferito alla Scuola Militare di Equitazione non ebbi il problema perché disponeva di un van. 

Feci l’ultimo trasporto in treno nel  1978 quando, lasciata la Scuola,  partecipai all’ultimo completo disputato nel parco di Monza.  Fu una gara memorabile perché non si erano potute tagliare le siepi dello steeple più di tanto perché erano diventate durissime:  per mia curiosità andai a misurarle.  I verticali erano di 180 cm. ed i larghi di 160 !  Inoltre pioveva da molti giorni ed il terreno era molto cedevole: vi era una marrana, da saltare due volte, che portava così tanta acqua che era inguadabile ed aveva le sponde franose.  Tre cavalieri olimpionici finirono all’ospedale;  il mio cavallo Ribelle fu grande grazie alla sua “furbizia” e mi permise di qualificarmi per la partecipazione al campionato delle Alpi a Piber.

Dopo quell’esperienza acquistai un van Leoncino molto vecchio ma ancora marciante: era lento (60 km/h) ma comodo per i cavalli. Aveva il problema che faticava a passare la revisione annuale. Con quel mezzo sono stato diverse volte a Predazzo, a Merano ed a Birago. 

Decisi di cambiarlo nel 1983 perché dovendo correre la prima corsa a Capannelle andai a metterlo in moto senza riuscirvi: arrivai all’ippodromo talmente tardi che tutto andò storto anche con l’aiuto di un cavallo che mi tagliò la strada.

 

 

 

 

 

 

Affrontai quindi l’acquisto di un trailer che, essendo tra i primi esemplari, era pieno di difetti soprattutto per la sicurezza.  Ma ora sono al secondo ed in tanti anni non ho mai avuto incidenti.  Il trailer è meglio del van perché è più basso e nelle curve i cavalli ricevono una spinta laterale molto inferiore.  

 

 

 

 

 

Per questa ragione possono essere tenuti più larghi e bilanciarsi da soli.     Vi è una stetta relazione tra la capacità del cavallo di bilanciarsi ed il suo equilibrio reale ottenuto mediante l’addestramento. E’ inoltre indispensabile fornire degli appoggi laterali morbidi alle anche del cavallo.  Se i cavalli viaggiano forniti di ramponi ai posteriori, devono portare gli appositi salsicciotti anti-sovrapposta a protezione dei nodelli e delle corone.

La comodità per i  cavalli del trailer consente di effettuare viaggi molto lunghi senza particolare stress. Naturalmente bisogna guidare bene, senza strappi, esattamente come su un fondo ghiacciato lasciando sempre lo spazio di frenata dai veicoli che precedono.  La velocità deve essere limitata per il pericolo delle immissioni laterali:   soltanto in autostrada si può arrivare a 110 km/h che è la massima consentita.

Per il traino del trailer non è necessaria un’automobile di grande potenza: si richiede piuttosto una coppia elevata, ragione per la quale è più indicato un motore diesel.  E’ inoltre vietato trainare un peso superiore a quello dell’auto. La manutenzione richiede soprattutto il controllo delle gomme e dello stato del pianale.

 

 

 

 

 

Il van è conveniente per chi porta normalmente più di due cavalli oppure, disponendo di un vano camper, per chi partecipa a molti concorsi su più giornate.

Il van ha il difetto che i cavalli devono essere ingabbiati e quindi ne ricavano molto stress:  di conseguenza ogni tappa non dovrebbe durare più di otto ore e, tra un viaggio e l’altro, dovrebbero godere di un riposo adeguato.  Chi sottovaluta l’effetto dello stress, ricordi che il famoso cavallo Hickstead non doveva partecipare al concorso di Verona ma tornare a casa. Fu soltanto per l’insistenza della organizzatrice di Verona che Lamaze si lasciò convincere a cambiare programma: ma il cavallo aveva già partecipato a due concorsi in Europa, provenendo dal Canada!

 

 

 

 

 

Un problema che molti cavalieri hanno difficoltà a risolvere è quello del carico e scarico dei cavalli. Premesso che l’addestramento del cavallo ha una grande influenza, per la mia esperienza è soprattutto un problema di sottomissione.

Bisogna tener presente che con un cavallo in difesa vi sono rischi gravi: se un cavallo esce dalla rampa con un posteriore si procurerà certamente una grave lesione vertebrale.  E’ quindi indispensabile la sottomissione alla capezza(“Riflessioni ed esperienze sull’addestramento del cavallo”) aiutandosi eventualmente le prime volte, con due corde laterali da incrociare dietro al cavallo.   

Naturalmente non si deve mai agire sulla capezza con una trazione continua ma cedere ogni volta che il cavallo tira indietro.   Si deve convincere che non ha altra possibilità che quella di salire:  in quel momento è indispensabile lasciargli il libero uso dell’incollatura.    E’ di aiuto lasciare aperta una porta anteriore in modo che filtri della luce.

Mai usare la frusta: tutto deve essere ottenuto nella calma.

 

                                                                                             Carlo Cadorna

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